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nostro inviato a Cernobbio (Como)«Signor ministro, poi la posso disturbare?». Roberto Maroni se ne sta lì, a un tavolino, con un ospite di riguardo, dietro a due marcantoni della scorta. Guardie del corpo all’italiana, doverosamente massicce, ma che nel languido torpore lariano si concedono di sorridere e commentare – «quelle nuvole là sono tutta pioggia», sentenzia uno – il tempo che fa e che farà. Il ministro dell’Interno, fazzolettino verde e faccia grigia, vistosamente stanca, mi fa un cenno di assenso. Come dire: «Un attimo e arrivo». Al Workshop Ambrosetti, in quel di Cernobbio, è l’ultimo giorno dei lavori: per tradizione e per frequentazione, è anche il giorno più italiano, il più politico e di conseguenza il più affollato e incasinato. Arrivano infatti tutti: banchieri e soubrette, industriali e opinionisti, belle donne come Afef e – per la legge del contrasto – Antonio Di Pietro.Maroni si alza, saluta l’ospite, e con aria rassegnata si appresta all’ennesima domanda sul tema del giorno: l’Ici che sì e l’Ici che no, il federalismo a rischio, Calderoli che minaccia di darsi fuoco. Invece no, lo spiazzo: «Cosa c’è di vero nelle voci che parlano di un progetto governativo per alleggerire di nuovo il sovraffollamento delle carceri? Si parla di rimpatriare i detenuti stranieri e di mettere ai domiciliari gli italiani, pur se sotto stretto controllo grazie al braccialetto elettronico».

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«Conosco una sola persona intelligente quanto voi: Max Jacob» le aveva detto dopo averla conosciuta. L’idea l’affascinava perché «se si è intelligenti si piace ai ragazzi intelligenti» e lui era l’uno e l’altro, diciannove anni di puro cervello… Era certa che avrebbe incantato la sua famiglia, alto, magro, appassionato, bisognava solo che non si sapesse che aveva quattro anni di meno, 19 contro i suoi 23… Ci restò un po’ male quando il giovane spasimante le riportò il giudizio del di lei fratello: «Sì, certo, è intelligente, ma è anche completamente pazza».

Nell’Europa del primo dopoguerra la maggiore età si raggiungeva a ventun anni e il minorenne André Malraux per avere il passaporto per l’estero dovette chiedere il consenso del padre… Aveva deciso di accompagnare Clara Goldschmidt in Italia il giorno stesso in cui lei aveva menzionato quella meta, ma viaggiare in coppia, da clandestini e non da fidanzati ufficiali, era per l’epoca rischioso e, se scoperti, scandaloso. Sul treno, un amico di famiglia riconobbe Clara e il coraggio da ragazza emancipata evaporò: lo avrebbe detto ai suoi, era rovinata. «Lo sposarsi metterebbe a posto le cose?», chiese André. Lei disse di sì, senz’altro, poi si vergognò della propria vigliaccheria: «Divorzieremo dopo sei mesi» lo rassicurò.

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