nostro inviato a Cernobbio (Como)«Signor ministro, poi la posso disturbare?». Roberto Maroni se ne sta lì, a un tavolino, con un ospite di riguardo, dietro a due marcantoni della scorta. Guardie del corpo all’italiana, doverosamente massicce, ma che nel languido torpore lariano si concedono di sorridere e commentare – «quelle nuvole là sono tutta pioggia», sentenzia uno – il tempo che fa e che farà. Il ministro dell’Interno, fazzolettino verde e faccia grigia, vistosamente stanca, mi fa un cenno di assenso. Come dire: «Un attimo e arrivo». Al Workshop Ambrosetti, in quel di Cernobbio, è l’ultimo giorno dei lavori: per tradizione e per frequentazione, è anche il giorno più italiano, il più politico e di conseguenza il più affollato e incasinato. Arrivano infatti tutti: banchieri e soubrette, industriali e opinionisti, belle donne come Afef e – per la legge del contrasto – Antonio Di Pietro.Maroni si alza, saluta l’ospite, e con aria rassegnata si appresta all’ennesima domanda sul tema del giorno: l’Ici che sì e l’Ici che no, il federalismo a rischio, Calderoli che minaccia di darsi fuoco. Invece no, lo spiazzo: «Cosa c’è di vero nelle voci che parlano di un progetto governativo per alleggerire di nuovo il sovraffollamento delle carceri? Si parla di rimpatriare i detenuti stranieri e di mettere ai domiciliari gli italiani, pur se sotto stretto controllo grazie al braccialetto elettronico».
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=288822