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Che lavorino da anni per la pubblica amministrazione non importa. Che in molti casi, nel frattempo, abbiano messo su famiglia ancora meno. Che da un giorno all’altro si trovino disoccupati, figuriamoci. Basta un emendamento e il precario, dopo il danno di un contratto regolare mai ottenuto, guadagna la beffa della stabilizzazione mancata. Un benservito, senza grazie, né arrivederci.È quello che toccherà a migliaia di lavoratori (circa quarantamila) nei prossimi giorni, dopo l’imminente approvazione di un emendamento all’articolo 37 della legge 1441 (in iter di approvazione parlamentare). Un emendamento nel quale si sopprimono le disposizioni del comma 519 della L. n. 296 (finanziaria 2007) e di tutte le misure normative successive finalizzate alla stabilizzazione del precariato pubblico.Queste norme, unite a quelle che limitano a tre anni la possibilità di lavorare con contratti flessibili, non solo impediranno stabilizzazioni e assunzioni ma anche il mantenimento in servizio dei precari. Ma i lavoratori, increduli e preoccupati, non ci stanno: come si possono buttare via esperienza, competenze, progetti, risultati? Come può un governo responsabile disinvestire su un tale numero di risorse che hanno garantito finora il funzionamento della pubblica amministrazione?Mentre aspettano risposte, partono le mobilitazioni: attività bloccate all’Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione professionale dei Lavoratorila) dove 500 precari sono in assemblea permanente.

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79469

Napoli – Fermi tutti, arrivano i tifosi del Napoli. E nella Stazione centrale, divampa il terrore tra le altre migliaia di passeggeri, in attesa di partire con i loro treni. Per 4 ore, un intero convoglio – l’Intercity Plus 520, che da Napoli doveva arrivare a Torino (ma a Roma si è fermato definitivamente, perché durante la corsa è stato devastato dagli ultrà azzurri) – è stato tenuto in ostaggio da millecinquecento fanatici delle curve A e B. Volevano un treno tutto azzurro, i talebani del tifo e lo hanno avuto. Sull’Intercity, infatti, c’erano oltre 250 passeggeri, non tifosi: sono stati costretti ad uscire dai convogli per far posto a loro, gli ultrà.

In centinaia, hanno viaggiato senza biglietto mentre per quei viaggiatori civili rimasti, che con il calcio non hanno niente a che vedere, quei 230 chilometri di strada ferrata, sono stati un incubo. Carrozze sfasciate, per ben tre volte il lungo treno è stato bloccato dai teppisti napoletani che hanno azionato il freno d’emergenza. Totale: mezzo milione di euro di danni, per una partita da codice rosso, che ostinatamente, invece, si è voluta «aprire», ad una tifoseria tra le peggiori d’Italia e apertamente ostile da anni a quella romana, non di molto, tra l’altro, meno violenta (relativamente ad alcuni settori ovviamente) di quella azzurra. Per quanto riguarda la pericolosità degli ultrà napoletani, basti ricordare gli assalti a colpi di molotov, avvenuti nei mesi scorsi, ai danni del commissariato San Paolo, che si trova a pochi metri dalla temibile curva A.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=287169

nostro inviato a Pescara

Buchi neri, riscontri vacui, svarioni investigativi. Cominciano a vacillare le granitiche risultanze della prima ora. Anche perché nell’ordinanza d’arresto di Ottaviano Del Turco una sola intercettazione sembra dare conforto all’impianto accusatorio. Il resto è frutto delle sole dichiarazioni dell’imprenditore-pentito Vincenzo Angelini (e dei nastri da lui registrati) che quando s’accorge di rischiare la galera decide di collaborare. In extremis è passato da corruttore a concusso, ecco perché bisognerebbe andarci cauti sulla genuinità di certe dichiarazioni.

I conti non tornano
Il gip è chiaro: «Le indagini non hanno evidenziato sin qui situazioni atte a riscontrare incassi diretti di denaro contante in conseguenza delle dazioni effettuate dall’imprenditore Angelini». Ma c’è un però: «Tale circostanza, però, non è assolutamente idonea a inficiare l’ipotesi accusatoria». Il ragionamento è tortuoso, capzioso: se non c’è traccia che i soldi siano effettivamente finiti nelle tasche di Del Turco, vuol dire che li ha presi qualcun altro per suo conto. Allo stesso modo l’acquisto di tre case con i proventi della corruzione sarebbe riconducibile solo a «operazioni immobiliari non del tutto trasparenti». Da qui ad avere la prova ce ne passa. Perché se è vero che al presidente della Regione l’imprenditore Angelini ha versato tangenti per 6 milioni; se è vero che nei conti correnti del presidente non sono emerse cifre enormi fuori posto; se è vero che le intercettazioni di Del Turco sembrano andare tutte in una direzione sfavorevole all’accusa; se è vero anche che nelle «sospette» operazioni di giroconto per l’acquisto degli appartamenti di Del Turco c’è una fuoriuscita di liquidità al massimo di 1milione e 279mila euro (tre operazioni da 269mila, 576mila, e 453mila euro), la domanda sorge spontanea: ma dove sono finiti i restanti 4milioni 721mila euro di tangenti di Ottaviano Del Turco? La Gdf li cerca ancora.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=276777

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